sabato 21 aprile 2018

Monologo. La data.



Sapevo quando sarei morto ancora prima di imparare a conoscere la vita.
Suppongo facesse parte del gioco. Avere la data di scadenza stampata addosso, come merce qualunque.
Ci si abitua.
Col tempo, ci si abitua a tutto.
Ma non eravamo merce, o almeno così ci facevano credere. Eravamo gli eletti, umani sopravvissuti all'estinzione, evoluti per dar vita a un mondo perfetto, destinato a non invecchiare.
Noi morivamo prima. Prima di consumarci, prima di diventare merce avariata, prima di depredare il futuro dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
Morivamo per rimediare al più terribile dei peccati commessi dall'uomo: manipolare il tempo in nome dell'immortalità.
Ci eravamo sostituiti a Dio. E avevamo innescato un'apocalisse.
Nessuno, allora, poteva immaginare la forza distruttrice di una vita spinta oltre i limiti. Curare, manipolare, sostituire pezzi del proprio corpo. Ancora e ancora. Senza mai fermarsi. Senza alcuna pietà verso se stessi e verso gli altri.
Gli altri. Quanto contano gli altri quando la sola cosa importante è fottere la morte?
Poco.
Alla fine, nulla.
Avidità e paura. Ti divorano l'anima come topi di fogna.
Tu.
Tu.
Tu.
Gli altri hanno tempo. Più di quanto ne sia concesso a te. Rimedierai. In qualche modo le cose si aggiustano sempre.
Altri sei mesi.
Altri due anni.
Altri dieci anni.
Imprigionato in corpo che non regge più.
Non importa. Respiri. Vivi. Nonostante tutto.
Un altro anno, forse due, poi si vedrà.
E gli altri?
Quali altri?
Per millenni ci hanno insegnato a prenderci cura di loro. Gli adulti proteggono i bambini. I bambini, crescendo, proteggeranno gli adulti.
Do ut des. Era amore. Era naturale.
Fino al giorno in cui la morte ha smesso di esserlo.
Quanto credi che gli altri siano disposti a sopportare?
Già, gli altri, quelli che sono rimasti intrappolati nella spirale della tua avidità?
Interconnessione. Non vale solo per la rete. Ogni vita spinta oltre il limite è un costo che altri pagheranno. Gli stessi che tu dicevi di amare prima che i topi ti divorassero l'anima.
Stupido uomo.
Non esiste amore capace di sopportare tutto questo. Fottere la morte non è tornare indietro. Il tempo è una linea che procede in una sola direzione. Non la puoi piegare. Nessuna seconda giovinezza.
Solo tempo.
Per cosa? Per rimediare a ciò che hai sbagliato? Ipocrita bugiardo.
Allora per cosa? Per paura? Se credi in un Dio non devi temere la morte. Se credi nella scienza sai che ti trasformerai in atomi di luce. Ogni fine presuppone un nuovo inizio. A meno che tu non creda solo in te stesso.
In quel caso la morte è spaventosamente definitiva.
Quand'è che siamo diventati il nostro unico Dio?
Manipolare il tempo è uccidere il futuro. Non il tuo. Quello degli altri. Quelli che tu dici di non voler lasciare per amore. Ha! L'amore! Meglio tenere gli artigli conficcati nella loro carne e nutrirti del loro avvenire piuttosto che separarti da loro.
Stronzate. Anche l'amore ha una data di scadenza. Solo che a differenza di un corpo non muore. Si trasforma in dolore. E poi in odio.
Ecco il prezzo della tua avidità.
L'inizio dell'apocalisse.
Do ut des. Fino a quando il tuo respiro, invece di spegnersi, inizia a consumare quello degli altri.
Poi il sistema è destinato a implodere.
Nessuno è stato in grado di prevederlo. Eppure avrebbero dovuto. E' matematica.
Uomini di scienza, politici, filosofi, hanno piegato il loro sapere all'arroganza e all'illusione di immortalità.
La vita è sacra. Forse in un mondo ideale. In questo ciò che conta è la dignità. E il prezzo della dignità è il coraggio di accettare la fine. Per amore.
Un giorno io mi sveglierò e saprò che il mio tempo è scaduto. Avrò più anni di quanti ne abbiano vissuti i miei avi. I miei capelli saranno bianchi come la neve e il mio volto segnato una storia senza dolori. Non mi sarà mai mancato nulla. Sono cresciuto in un mondo il cui equilibrio affonda radici nelle macerie del passato. Niente preoccupazioni, niente malattie, una casa, un lavoro, una famiglia e tutto grazie alla data di scadenza che porto stampata addosso. La mia morte sarà un atto di amore incondizionato.
Non obbedienza forzata o privazione o sacrificio. Solo restituzione.
Di qualcosa che non è mai stato destinato ad essere eterno.
In nome della sola cosa giusta che c'è su questa terra: la continuazione delle specie.
Siamo parte di un disegno infinitamente più grande di quello che la nostra mente è in grado di concepire, eppure per millenni ciò che ha mosso ogni nostra scelta è stata la paura della morte. Abbiamo imparato a uccidere, abbiamo eretto cattedrali. Abbiamo creato dèi e barattato le nostre anime con le illusioni più effimere. Quella scienza che doveva renderci più forti ci ha reso solo più arroganti. Abbiamo separato corpo e mente, convinti che la sopravvivenza dell'uno implicasse la conservazione dell'altro.
Non è così.
Non è mai stato così.
Ma la dissociazione era fondamentale per giustificare ciò che stavamo facendo, in nome di una vita senza più alcun valore.
Eravamo destinati a essere ponte e siamo diventati isola. Soli in mezzo al nulla. Convinti che la nostra esistenza valesse più di ogni altra cosa. Barricati in un corpo che credevamo tempio. E la mente?
La mente rifiuta, manipola, destruttura, come un taglio di stoffa che ora veste una regina, ora un mendicante. E' tutto concesso. Basta obbedire ciecamente all'unico istinto che non possiamo mettere a tacere. Quello di autoconservazione.
Io.
Io.
Io.
Una volta che avrai ingannato la morte, penserai di poterlo fare una seconda e una terza volta. E all'improvviso quel pensiero diventerà la sola ragione di ogni tuo respiro.
La mente muore lentamente. A differenza del corpo non si può aggiustare. Le sue stanze diventano buie, una dopo l'altra, poi si restringono fino a soffocare e alla fine ciò che rimane è una minuscola, primordiale zecca intrappolata in un tempio fantasma.
Era questo che volevamo? Un mondo popolato di zecche?
Ciò che accadde allora fu la più potente inversione temporale della storia dell'umanità. Ogni singolo sistema su cui si reggeva il mondo civile si accartocciò su se stesso, silenziosamente, senza che alcuno ne avessero coscienza. Ci vollero tre generazioni prima che si scatenasse l'inferno.
La prima sopravvisse consumando ciò che aveva costruito.
La seconda si piegò alla povertà.
La terza seppellì i propri figli.
Quella stessa scienza che aveva reso possibile sfiorare l'immortalità, aveva selezionato la sopravvivenza delle zecche. Loro avevano ricevuto la cura. Loro non si ammalavano. Loro vivevano.
Ogni vita spinta oltre il limite è un prezzo che altri pagheranno.
Pagarono i bambini. Morendo di stenti e malattie credute scomparse da secoli. Morirono perché l'uomo aveva violato la più sacra delle leggi della natura.
Caddero governi. Esplosero guerre. L'odio divorò i vivi e bruciò i morti. I vecchi furono deportati senza lacrime né pietà.
Quello stesso stato che aveva garantito loro l'illusione di immortalità, aveva messo in atto un piano di eliminazione forzata per porre fine alla loro esistenza.
E ancora una volta si sostituì a Dio.
In nome della sopravvivenza.
Per il bene dell'umanità.
La quarta generazione si sollevò dalle ceneri dell'inferno e piantò boschi scuri e impenetrabili sulle fosse comuni. Per dimenticare. Per non lasciare traccia di lacrime mai versate. Nessuno di loro sarebbe vissuto abbastanza per raccontare ciò che era accaduto. Ma poteva impedire che accadesse di nuovo.
E, il solo modo per farlo era marchiare, alla nascita, ogni essere umano con una data di scadenza.
Do ut des.
La loro morte era la sola garanzia per la loro stessa vita. Il sistema avrebbe fatto in modo che non mancasse loro mai nulla.
Fu così che l'uomo riscrisse la storia per il nuovo popolo di eletti. E invece di manipolare il tempo, manipolò le loro menti. Una generazione dopo l'altra. Con cautela, senza fretta. Senza tregua.
Ed eccomi qui, eletto tra gli eletti, di fronte a un Dio che abbiamo sepolto in una di quelle fosse comuni che ancora respirano sotto le foreste secolari, a supplicarlo di far tacere quei topi che hanno cominciato a divorarmi l'anima.
Do ut des.
Non ho mantenuto fede al patto. Non sono capace di quell'amore che dovrebbe rendermi uomo. O merce.
La mia data di scadenza è stata cancellata e riscritta. Non ricordo neppure quante volte.
Ho fottuto la morte e ho fottuto il sistema.
Loro sanno che può accadere. Ci chiamano devianti.
Anche questo fa parte del gioco.

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Immagine dal web

martedì 20 dicembre 2016

Il cancello



 Patrocinato da Amnesty International
Per aver reso con dolcezza la complessità, dolorosa ed emozionante, dell'incontro, dell'accettazione e dell'integrazione delle diversità oltre l'inevitabile paura verso cosa e chi non si conosce."   
www.amnesty.it



C'era una volta una bambina che viveva in un strano, bellissimo paese nascosto da un antico e fitto bosco dove le querce mormoravano nelle notti d'autunno e cantavano quando il vento si alzava dal mare.
Ma quel mare, lei non lo aveva mai visto. Non sapeva neanche che esistesse.
Il suo mondo iniziava e finiva là dove la strada lastricata si interrompeva. Sul vecchio cancello di ferro che segnava il confine del paese, pendeva un cartello arrugginito con la scritta:
Mondo di là
 
Intere generazioni di bambini avevano fissato quel cartello con un misto di curiosità e timore, chiedendosi cosa sarebbe accaduto se lo avessero varcato.
Non tornerai più”, rispondevano semplicemente i genitori.
Troverai solo silenzio”, dicevano i vecchi.
Ti perderai,” mormoravano gli altri.
Eppure nessuno aveva mai proibito ai bambini di socchiudere il cancello e sbirciare nel Mondo di là. Perché avrebbero dovuto voler andare via? Vivevano in un paese felice e pieno di colori, dove i giardini erano curati e sempre in fiore, dove le strade profumavano di torta alle mele e glassa di cioccolato, dove le persone sorridevano sempre e tutto era perfetto e sicuro.
Nel Mondo di qua non accadevano cose brutte. La vita dei suoi abitanti era scandita dal lento susseguirsi delle stagioni. Cambiavano i profumi e cambiavano i rumori, le strade si riempivano di foglie colorate che scricchiolavano sotto le scarpe, i camini cominciavano a fumare e la neve portava con sé il profumo di legna bruciata e caldarroste.
La panetteria sulla piazza sfornava ogni mattina lunghi filoni di pane croccante, il pasticciere sollevava nuvole di zucchero vanigliato che si facevano strada attraverso il comignolo e si disperdevano nell'aria, il grande orologio al centro della piazza segnava il tempo con un complesso e invisibile meccanismo a carillon che regalava agli abitanti, allo scoccare di ogni ora, una melodia appena sussurrata.
Ogni mattina il vecchio poliziotto coi baffi arricciati all'insù prendeva per mano i bambini più piccoli e li accompagnava a scuola. I giardinieri sostituivano le piante sfiorite con piante sempre nuove, più belle e colorate e ogni notte, prima che il sole risorgesse, decine di netturbini tiravano a lucido le strade, facendo scomparire da terra l'unico vero pericolo di quello strano paese: le pozze d'acqua. Perché l'acqua, con il sole che vi si riflette, diventa uno specchio e nessuno in quel paese, da molto molto tempo, possedeva qualcosa che potesse riflettere la propria immagine. Non esistevano fontane, il piccolo lago al centro del parco era stato prosciugato, i vetri delle finestre e le vetrine dei negozi impedivano di specchiarsi e ogni possibile superficie lucida era stata resa opaca.
Le persone crescevano e diventavano adulte senza sapere com'era fatto il loro volto.
Ma che importanza aveva? I loro sensi erano appagati da centinaia di profumi e colori, dai sorrisi delle persone che incontravano ogni giorno, dal suono delle loro risate e del carillon dell'orologio e, col tempo, la curiosità di conoscere il proprio volto sbiadiva, cancellata un po' per volta dall'unico ammonimento, che con la stessa dolcezza di una litania, veniva loro ripetuto fin dall'infanzia: 
 
Tu sei ciò che pensi.

Tu sei le parole che dici.

Tu sei ciò che hai nel cuore.

Il resto, figlio mio, è vanità.

E la vanità è il seme del male.

Veniva loro insegnato come essere gentili ed educati. Veniva insegnato loro come comportarsi e parlare. Ed era facile, in un mondo perfetto, cancellare un po' per volta, tutte quelle parole che potevano confondere o far nascere dubbi.
Come stelle, le parole, vennero mutilate. Una punta per volta finché non ne rimaneva solo una, a cui veniva concesso di brillare per indicare l'unica strada giusta.
Nel Mondo di qua, come recitava la litania, si era ciò che si diceva e si pensava. Ma ciò che si pensava era già stato deciso dalle parole che si potevano usare.

Accadde in un freddo giorno d'inverno. Una bambina con le trecce nere e lucide scarpette rosse percorse la strada lastricata verso il limitare del paese alla ricerca di un ramo di pungitopo da appendere alla porta di casa. Nessuno, però, sembrava della dimensione giusta.
Arrivata davanti al cancello che divideva i due mondi, la bambina si fermò, infreddolita, e con cautela avvicinò il viso alle sbarre per vedere se dall'altra parte, non troppo lontano, ci fosse una pianta di pungitopo da cui prendere un ramo.
Lo vide proprio all'inizio del fitto bosco e pensò che si sarebbe trattato di pochi, pochissimi passi.
Non mi perderò, si disse. E' talmente vicino che posso camminare all'indietro così da non perdere mai di vista il cancello.
Chiuse lentamente le mani intorno alle inferriate del cancello e, con un lungo respiro, lo scavalcò senza troppa fatica. Quando i suoi piedi atterrarono sulla morbida terra del Mondo di là provò una strana sensazione. Ma non conosceva il significato della parola libertà. Era una di quelle parole che il Mondo di qua aveva cancellato.
Girò le spalle verso il bosco e mosse il primo passo all'indietro, tenendo lo sguardo fisso sul cancello.
Non accadde nulla.
Mosse un altro passo e poi un altro ancora.
Il cancello era sempre lì.
Sembrava guardarla.
Contò venti passi, cercando di controllare il ritmo del proprio respiro, poi si fermò e con la mano scossa da un lieve tremore, afferrò il ramo di pungitopo e cercò di spezzarlo. Due grandi gocce di sangue caddero per terra.
La bambina si portò la mano alle labbra e cercò con gli occhi qualcosa con cui pulirsi. Solo allora sentì un mormorio di acqua che scorreva.
Guardò quello che doveva essere un ruscello alle sue spalle, poi guardò di nuovo il cancello e valutò che altri dieci passi non l'avrebbero portata tanto più lontano. Conosceva la parola ruscello, ma non ne aveva mai visto uno. I vecchi del paese raccontavano che molti anni prima un bambino ero annegato in un ruscello in piena e che per evitare che accadesse di nuovo, lo avevano riempito di terra, così come avevano fatto col laghetto nel parco.
Doveva perciò stare molto attenta.
Mosse i dieci passi, uno dopo l'altro, senza mai perdere di vista il cancello e, quando sentì il rumore dell'acqua abbastanza vicino, si girò e si inginocchiò accanto al ruscello.
Immerse la mano nell'acqua, osservando con stupore infantile la danza di luci sulle increspature a cui dava vita muovendo le dita sott'acqua. Forse il bambino era annegato per quel motivo. Forse era stato ipnotizzato dalla magia di quelle luci o forse le aveva scambiate per lucciole e aveva cercato di prenderne una.
La bambina ritrasse velocemente la mano.
Lentamente le increspature si fecero più deboli fino a scomparire del tutto e sulla superficie dell'acqua cominciò a prendere forma l'immagine di un volto.
La bambina allungò la mano per toccarlo. Le increspature lo cancellarono.
Vuoi davvero vederlo?” chiese una voce alle sue spalle.
La bambina si girò di scatto.
Il bosco alle spalle era immobile.
Guardò più attentamente, frugando con gli occhi tra gli alberi. “Chi sei?”
Appartengo al Mondo di là”, rispose la voce dal bosco.
Non ti vedo. Dove sei?”
Abbastanza vicino perché tu possa sentirmi, abbastanza lontano perché tu non possa vedermi”.
Perché?”
Perché sono diverso da te”.
Io non ho paura”, disse la bambina, forse più per farsi coraggio che per convincere l'ombra che si nascondeva tra gli alberi.
So che non hai paura”, disse la voce con gentilezza. “Hai scavalcato il cancello”.
Mi stavi spiando?”
La voce sorrise. “Sono passati molti anni da quando l'ultimo di voi ha varcato quel cancello”.
Come fai a saperlo?”
Perché quel qualcuno ero io”, rispose la voce dopo un lungo silenzio.
La bambina si alzò lentamente in piedi, senza smettere di cercare con lo sguardo tra i fitti rami. “Allora possiamo essere amici”.
Forse”.
Non ti fidi di me?”
Stai tremando”.
La bambina si strinse nel cappotto. “Fa molto freddo”.
Concediti un po' di tempo,” disse la voce con calma. “Io sarò qui.”
E se non tornassi?”
Allora saprò che non sei pronta. L'incontro tra due mondi è quanto di più grande e sconvolgente esista. Dopo, cambierai. Diventerai una persona diversa.”
Diversa in che senso?”
Come me”. La voce si fece più profonda. “Dopo, io porterò dentro di me qualcosa di tuo e tu porterai dentro di te qualcosa di mio. Per sempre”.
La bambina mosse un passo verso il cancello. “Tornerò”, disse con una strana sensazione allo stomaco, poi si voltò e corse via.
Qualche minuto dopo, mentre ripercorreva la strada lastricata che portava verso casa, la bambina si chiese cosa avesse cercato di dirle la voce con quell'ultima frase. A pensarci, c'erano un sacco di cose che non aveva capito bene. Forse la voce aveva una strana malattia che poteva contagiarla, o forse gli era successo qualcosa di così terribile da sfigurarlo. Forse era uno spirito malvagio e allora lei sarebbe scomparsa nel nulla e nessuno avrebbe mai saputo che fine avesse fatto.
Quella notte la bambina si girò e rigirò nel letto senza riuscire a prendere sonno. Era una voce gentile, calda come il vento d'estate. Se avesse voluto farle del male, non sarebbe rimasta nell'ombra. Si guardò i graffi sulla mano e solo allora ricordò che la voce le aveva chiesto se voleva davvero vedere il volto nell'acqua. Ma di chi era? La bambina sbarrò gli occhi nel buio e si mise a sedere.
Il mio volto, pensò. Quello era il mio volto!
Corse in cucina, riempì una brocca di acqua e cercò di specchiarsi. Aveva avuto il proprio volto davanti agli occhi e non lo aveva riconosciuto. E come avrebbe potuto? Se solo non avesse cercato di toccarlo, forse lo avrebbe visto.

Tu sei ciò che pensi.

Tu sei le parole che dici.

Tu sei ciò che hai nel cuore.

Il resto, figlio mio, è vanità.

E la vanità è il seme del male.

Il giorno dopo la bambina tornò là dove la strada lastricata si interrompeva, scavalcò il cancello e stavolta camminò senza voltarsi verso il punto esatto in cui aveva sentito la voce il giorno prima.
Non guarderò il ruscello, promise a sé stessa. Non lascerò che la vanità metta radici nei miei occhi.
Il freddo si era fatto più intenso.
Sei tornata”, disse la voce nascosta nel bosco.
Ho mantenuto la promessa”.
Non era una promessa.”
Cos'era, allora?”
Hai scelto”.
Parli sempre così difficile?” disse la bambina, girando su se stessa alla ricerca della voce.
Avevo la tua età quando ho scelto in che mondo vivere.”
Mi stai chiedendo di fare la stessa cosa?”
No”.
Allora non capisco”.
Cominceremo dalle parole. Nei nostri mondi hanno significati diversi. Nel tuo ogni parola è una corolla senza petali. Nel mio ogni corolla ha decine di petali. Questo confonde.”
La bambina sorrise: “Credo di poter sopportare un po' di confusione”.
E niente è perfetto e colorato come nel tuo. Tutto è più difficile.”
E' più difficile perché sono più difficili le parole?”
Voi avete poche parole. Una volta non era così. Un po' per volta le avete cancellate, forse perché è più facile dare un ordine al mondo con poche parole. Ma avete spogliato la vostra anima delle luci e delle ombre”.
Il Mondo di qua è pieno di colori”, gli ricordò la bambina.
E tu?” chiese la voce con dolcezza. “Di che colore sei tu?”
La bambina esitò un attimo, poi strinse le palpebre e cercò con tutte le forze di pensare a un colore. “Rosso.”
Perché?”
Perché le mie scarpe sono rosse”.
Ma tu non sei ciò che possiedi”.
Lilla come i ciclamini del parco”.
Pensaci bene. Non puoi essere quello che ti circonda”.
La bambina rimase in silenzio per un tempo lunghissimo prima di riaprire gli occhi. “Io non ho colori”, disse quasi sottovoce.
L'orologio in piazza scoccò le cinque. Uno stormo di corvi si levò dal Mondo di qua e la bambina si alzò di scatto: “E' tardi. Devo andare.”
E mentre ripercorreva troppo lentamente la strada lastricata che conduceva verso casa la bambina pensò che c'era qualcosa di infinitamente triste nel non avere un colore.
Forse avevano cancellato il suo colore.

Tu sei ciò che pensi.

Tu sei le parole che dici.

Ma, se avevano cancellato le parole, allora avevano intrappolato i pensieri in un posto buio. E senza luce ogni cosa è destinata a morire.
La bambina sentì due lacrime bruciarle contro le palpebre.
Il giorno dopo vagò senza meta lungo le strade del paese, alla ricerca dei profumi, dei suoni e dei colori che erano stati la sua vita fino allora. Perché tutto sembrava diverso e improvvisamente più lontano?
Forse non sono un colore”, disse quel pomeriggio, addentrandosi un po' di più nel bosco. “Forse sono un profumo.”
E che profumo?” domandò la voce.
Ho pensato al pane appena sfornato, ma ci ho messo degli ingredienti tutti miei. Un po' di pepe, per esempio. Il pepe pizzica come la curiosità. Poi una spolverata di cannella, dolce come una carezza. E il sale. Il sale brucia sulle ferite e si nasconde nelle lacrime. E' come un segreto.”
Credi che un segreto possa ferire?”
La bambina abbassò lo sguardo sulle sue scarpette rosse in mezzo al manto di foglie ghiacciate e, dopo un attimo di esitazione, disse: “Un segreto ti cambia. Cambia il modo in cui vedi le cose”.
E le lacrime?”
Le lacrime sono le parole che non riesci a dire”.
Per questo bruciano?”
Forse il sale nelle nostre lacrime c'è per questo motivo”, disse la bambina. “Per cancellare ciò che non riusciamo a dire”.
Nubi nere si addensarono all'orizzonte. Il vento si fece più freddo.
Per un lungo momento nessuno dei due parlò.
Anche l'oceano”, disse l'ombra dal bosco, “come le lacrime, è fatto di acqua e sale. E' immenso, profondo, sconfinato. Nelle notti di tempesta ruggisce come un leone e inghiotte chiunque cerchi di sfidarlo. Ma quando è calmo racconta di uomini e civiltà che vivono lontano, di profumi, suoni e colori diversi dai nostri, di guerre e disperazione, e di sogni che si avverano”.
La bambina chiuse gli occhi e cercò di immaginare quell'immensa distesa di lacrime salate. Ogni cosa, nel suo mondo era limitata da un confine. La strada lastricata, il cancello, il bosco. Sconfinato era una parola che non conosceva, che non riusciva neppure a pronunciare. Eppure esisteva. Da qualche parte, oltre il bosco esisteva un oceano sconfinato che raccontava storie di mondi lontani.
Chi sei, ombra?” chiese la bambina quasi sottovoce. “Sei tu l'oceano?”
L'ombra esitò. “il mio nome è Daniel”.
L'orologio in piazza scoccò le cinque. Le note del carillon si dispersero nell'aria e uno stormo di corvi neri si sollevò in volo dal Mondo di qua.
La bambina rimase immobile dov'era.
Posso vederti, Daniel?”
Silenzio.
Un debole fruscio mosse l'aria intorno a lei.
Tu sei il mio oceano, pensò la bambina. Tu sei tutti quei mondi di cui non so nulla. Non ho paura. Non ho paura. Non ho paura.
Poi intravide l'ombra uscire dal buio e avanzare lentamente verso di lei.
Daniel.
Avvolto in un lungo, vecchio mantello marrone. Vestito di stracci.
Tu non sei quello che possiedi.
Daniel.
Il volto nascosto dal logoro cappuccio del mantello.
I suoi occhi.
Occhi grandi come pozze d'acqua in cui la bambina vide tutto quello che doveva essere il Mondo di là, la sua sconfinata immensità, i sogni e le paure, le lacrime di dolore e di gioia, le vittorie e le sconfitte, la bontà e la cattiveria, le luci e le ombre.
La bambina mosse un passo verso di lui.
Daniel lasciò lentamente scivolare il cappuccio sulle spalle, lo sguardo fisso in quello della bambina.
Non avere paura”, le disse con voce calda.
Istintivamente lei arrestò di un passo. “Non puoi essere appartenuto al Mondo di qua...”
Sono passati molti anni”.
Cosa ti è successo?”
Ho vissuto molte vite. Di ognuna di esse porto il ricordo”.
Sei... emozionante”, fu la sola cosa che riuscì a dire la bambina e istintivamente sollevò la mano verso il volto assolutamente perfetto di Daniel. Era armonia, equilibrio, incanto. Ciglia lunghe come dita protese verso il cielo, labbra che si erano nutrite di parole dimenticate, zigomi eleganti e gentili, occhi sconfinati e profondi come l'oceano.
L'incontro tra due mondi è quanto di più grande e sconvolgente esista. Dopo, cambierai. Diventerai una persona diversa.
Lentamente, la bambina abbassò il braccio, fissò i graffi sulla mano e si costrinse a riportare alla memoria l'immagine sfocata del proprio volto riflesso nell'acqua del torrente.
Daniel rimase in silenzio.
Sapeva cosa sarebbe successo.
Non avere paura, pregò con una fitta al cuore.
Vide lo sgomento farsi strada negli occhi e nella mente della bambina, sentì un gemito soffocato salirle in gola e rimase immobile a guardarla mentre correva verso il torrente e si inginocchiava tremante sulla sponda.
La bambina si chinò sull'acqua e cominciò a toccarsi il viso, prima lentamente, poi sempre più freneticamente e quando si girò verso di lui, aveva il volto rigato di lacrime. “Come si chiama quello che sto provando?”
Puoi chiamarlo dolore”.
No, voglio la parola cancellata”.
Daniel le si avvicinò. “Si chiama angoscia.”
Fa così male...”
Lo so”.
Cosa ci è successo?”
Nell'isolamento ogni cosa è destinata ad appassire. “
Per un momento la bambina lo odiò con tutte le sue forze. Se solo non lo avesse incontrato, se non avesse mai visto il suo volto, non avrebbe mai saputo com'era.
Brutta. Io sono brutta. Siamo tutti spaventosamente brutti! E non ce ne rendiamo conto. I nostri volti sono deformi...” mormorò la bambina sottovoce.
Tu non sei quello che vedi.”
Allora cosa sono?”
Sei un'anima in gabbia”.
I miei occhi sono punte di spillo”, disse disperata.
Cresceranno”, le promise la voce.
E come?”
Lascia che si aprano al mondo. Osserva, impara, accogli.”
Le labbra della bambina tremarono.
Ritrova le parole perdute, ascolta senza paura e tendi la mano a chi incontrerai lungo il tuo cammino verso l'oceano. Questo mondo non è perfetto. Ti feriranno e ti umilieranno e ogni volta tu dovrai rialzarti, vedrai persone morire di freddo e fame e non potrai aiutarle. Si chiama disperazione. Proverai emozioni così intense da toglierti il fiato e gioie capaci di lenire anche le ferite più profonde. Si chiama conforto. Incontrerai uomini imperfetti, pensieri che si reggono sul nulla, dovrai misurarti con l'ingiustizia e la disonestà, dovrai imparare che il coraggio ha un prezzo e che la dignità di un uomo è la sola cosa davvero inviolabile.” Daniel si inginocchiò accanto alla bambina. “Non giudicare il tuo mondo. C'è sempre una ragione per cui qualcosa accade. Vivere è come stare in piedi su un'altalena. Sei al sicuro solo se stai fermo. Hanno scelto i colori per nascondere le ombre, hanno piantato un bosco per tenere lontano quello li spaventava. Hanno creato un mondo perfetto per proteggere i figli e i figli dei loro figli da qualcosa che era troppo difficile e doloroso da accettare.”
E l'acqua?” chiese la bambina.
L'acqua ha il potere di riflettere le immagini, come le parole hanno il potere di raccontare chi siamo. Un mondo perfetto, per continuare a esistere, non deve avere memoria”.
E adesso,” disse la bambina, guardando per la prima volta il cancello alle sue spalle. “Cosa devo fare?”
Daniel chinò appena la testa, prese qualcosa da sotto il mantello e glielo porse. “Si chiama conchiglia. E' la parte immortale di una creatura marina. Vive in eterno per custodire il rumore dell'oceano.”
La bambina abbozzò un sorriso e se la portò all'orecchio. L'oceano. Forse non poteva immaginarlo, ma ora poteva sentirlo...
Posso tenerla?” chiese timidamente.
Daniel sorrise. “Questa sarà la tua chiave per il Mondo di là. Qualunque cosa accada, qualunque cosa tu decida in futuro, lei sarà la memoria di un mondo imperfetto che esiste al di là ogni barriera.”
La bambina si alzò e lasciò correre senza fretta lo sguardo dal cancello al bosco, poi di nuovo al cancello, poi ancora al bosco.
Sarai sempre qui?”
Sarò sempre qui”.
Tu sei il mio oceano”.
Non mi hai detto come ti chiami”, chiese Daniel.
Alex”.
Sorrise. “Alex, tu hai l'oceano dentro. Non dimenticarlo mai.”


Era una fredda giornata di fine d'autunno quando un bambino con i capelli chiari come il grano percorse la strada lastricata verso il limitare del paese alla ricerca di alcune pietre magiche per costruire un castello.
Arrivato davanti al vecchio cancello che divideva i due mondi, il bambino si fermò, pensieroso, poi con cautela avvicinò il viso alle sbarre per vedere se dall'altra parte, non troppo lontano, ci fossero delle pietre speciali.
Le vide all'inizio del fitto bosco. Grandi, ovali, perfette.
Pensò che si sarebbe trattato di pochi, pochissimi passi. Nessuno lo avrebbe visto. Nessuno lo avrebbe mai saputo.
Non mi perderò, si disse. E' talmente vicino che posso camminare all'indietro così da non perdere mai di vista il cancello.
Chiuse lentamente le mani intorno alle inferriate, contò fino a tre e scavalcò il cancello, con il cuore che gli martellava in gola. Quando i suoi piedi atterrarono sulle foglie del Mondo di là provò una strana sensazione. Ma non conosceva il significato della parola trasgressione. Era una di quelle parole che il Mondo di qua aveva cancellato molti anni prima.
Girò le spalle al bosco e mosse il primo passo all'indietro, tenendo lo sguardo fisso sul cancello.
Mosse un altro passo e poi un altro ancora.
Il cancello sembrava guardarlo.
Contò venti passi, poi si chinò accanto al mucchio di pietre magiche e le toccò con la punta delle dita.
Sono troppo sporche per metterle in tasca, pensò e in quel momento colse qualcosa che prima gli era sfuggito: un mormorio di acqua che scorreva.
Guardò di nuovo il cancello e valutò che altri dieci passi non l'avrebbero portato tanto più lontano.
Doveva stare molto attento. L'acqua aveva uno strano, sinistro potere sui bambini. Non ricordava esattamente quale, ma ricordava le storie raccontate dai vecchi del paese.
Raccolse le pietre e, uno dopo l'altro, mosse a ritroso i passi che lo separavano dal rumore.
Il cancello non smetteva di guardarlo.
Si inginocchiò sulla sponda del ruscello e vi immerse con grande attenzione le pietre, osservando come ipnotizzato la danza di luci sulle increspature dell'acqua.
Poi le increspature si calmarono e sulla superficie dell'acqua cominciò a prendere forma l'immagine di un volto.
Istintivamente il bambino allungò la mano per toccarlo. L'acqua si mosse. Il volto scomparve.
Vuoi davvero vederlo?” chiese una voce alle sue spalle.
Il bambino di girò di scatto.
Il bosco alle sue spalle era immobile.
Chi sei?”
Appartengo al Mondo di là”, rispose la voce dal bosco.
Io... io non ti vedo. Dove sei?”
Abbastanza vicino perché tu possa sentirmi, abbastanza lontano perché tu non debba avere paura”.
Come ti chiami?”
Mi chiamo Alex”.
     
Dedicata alla mia Signora dei cancelli, Egle Farris

Tutti i diritti riservati © Claudia Mancino
Immagine di Anna Bertenasco





sabato 17 dicembre 2016

Nascosta tra l'erba


Giaceva a terra, tra l'erba alta e incolta, al limitare della foresta.
Lo vide una sera un uomo, camminando stancamente verso casa, sotto il peso di un'amarezza che da molto tempo gli aveva rubato l'anima.
"Cosa sei?" chiese chinandosi verso l'essere che lo fissava.
"Sono la Vendetta. Prendimi con te."
"Perchè dovrei?"
"Ho il potere di raddrizzarti le spalle e farti sorridere di nuovo".
"Rimani pure dove sei", disse l'uomo. "Sono troppo vecchio e stanco. La rabbia di cui hai bisogno non alberga più in me".
Qualche tempo dopo fu la volta di una giovane donna, il volto segnato da qualcosa di molto simile al dolore.
"Cosa sei?" chiese, indugiando tra l'erba
"Sono la Vendetta. Prendimi con te".
"Perchè dovrei?"
"Ho il potere di renderti felice e farti tornare forte".
"A quale prezzo?"
"Nessuno. Ciò che ti brucia dentro, ciò che ti ha ferito tornerà là da dove é venuto".
"E dopo?"
"Dopo sarai invincibile".
La donna esitò a lungo, ma alla fine raccolse la minuscola creatura e la portò con sé.
Passarono molti anni.
Al posto dell'erba fu piantato il grano e un giorno, al limitare della foresta, passò un bambino. Aveva una strana luce negli occhi.
"Ehi, ragazzino!" lo chiamò la creatura. "Non mi chiedi chi sono?"
"Io so chi sei".
"Allora sai che posso aiutarti."
"Come?"
"Prendimi con te. Ho il potere di aggiustare e cose".
Il bambino si avvicinò di un passo. "Tu sei già dentro di me."
"Impossibile, io non ti conosco."
"Guardami. Sono figlio tuo. Tuo e di una donna che ti ha raccolto molti anni fa."
La Vendetta indietreggiò.
"E come figlio tuo ho il potere di restituirti ciò che hai fatto a mia madre"
Detto questo il bambino schiacciò lentamente la minuscola creatura con la punta della scarpa, poi continuò per la sua strada pensando che forse la  Vendetta aveva ragione: restituire il male a chi lo ha fatto rende più forti. E non avendo altro, in qualche strano modo, più felici.


Tutti i diritti riservati © Claudia Mancino
Immagine dal web 

domenica 4 dicembre 2016

Storie tradotte in inglese

I promised, time ago, to have some stories translated in English.


The Violinmaker
Tranlsated by Angela Arnone


He had walked every one of the world’s roads, through forests and deserts, under merciless sun and in pouring rain. He had braved snowstorms and gales, and learned to endure cold, hunger, even loneliness, in the name of the only thing that had kept him alive until then: an object made many years ago, then taken from him by the filthy hands of war and hatred.
Once, not so long ago, there was a man with eyes as deep as the ocean, his face creased by time. He had travelled for over half a century, crossing from one continent to another, never stopping, the same worn-down shoes on his feet, and a big black case on his back. 

Here the whole story 
https://claudiamancino.blogspot.it/p/blog-page_3.htm



 The boy who made time stand still
Tranlsated by Angela Arnone



Once upon a time there was a little boy who owned only the ragged clothes he had on his back and a funny little coin that glowed even when all around was dark.He didn’t have a house and he didn’t have a family, but our wee boy never felt alone. He lived in a big city full of lights, voices and sounds, and he watched the world moving around him with the eyes of someone who is just waiting for something important to happen.He was happy, our little man. Every morning he was happy to see the yawning young coachman come out of the house, or the grumpy gardener hurrying off to sweep the leaves from the pavement. And he smiled when he heard the familiar sound of the watchmaker opening his shop, and smelled the sweet, warm aroma from the bakery on the corner.



The Violinist
Translated by Angela Arnone


Once upon a time, long ago and far away, a little town was getting ready to celebrate Christmas. Big wrought-iron streetlamps lit the town, with red bows and gold stars tied to every branch of every tree.
When the first shadows of night fell, an old man with a snow-white beard would walk along every street with a long lamplighter. He lit every streetlamp until the small town glowed with warm, flickering light.
It all seemed so perfect. The shops were decorated, elegant people rode in carriages, and smart houses overlooked long, tree-lined avenues.
But in that faraway town, a long time before, everyone had stopped dreaming. One night it began to snow. A thick snow, soft as a pillow, and slowly it muffled every sound, cloaking the small town in an eerie silence.